Il segreto dell’aceto del legionario



L’interpretazione moderna dei Vangeli può incorrere in importanti errori, se ci si lasciano sfuggire alcuni particolari. 

Frammento di antico Vangelo.

Frammento di antico Vangelo.

Ricordate quel passo dei Vangeli in cui Gesù, dalla croce, chiede di essere dissetato e gli porgono aceto anziché acqua? Ecco; probabilmente, dovete scordarvelo. O perlomeno, interpretarlo in maniera molto diversa da quello che spesso siamo stati abituati a fare.



Il particolare è narrato in maniera molto simile in tutti e quattro i Vangeli: Giovanni (19, 28-30),  Marco (15, 36-37), Matteo (27, 33-50),  Luca (23, 36-37). In tutti, alla preghiera del Cristo di qualcosa per lenire la sete, che dopo l’agonia della crocifissione era verosimilmente tremenda, dai centurioni lì presenti viene inzuppata una spugna in un vaso, secondo i cronisti, contenente aceto (acetum nel testo in latino); ad esempio, nel Vangelo di Giovanni:

(…) (19,28) Post hoc sciens Iesus quia iam omnia consummata sunt, ut consummaretur Scriptura, dicit: “Sitio”. (19,29) Vas positum erat aceto plenum; spongiam ergo plenam aceto hyssopo circumponentes, obtulerunt ori eius. (19,30) Cum ergo accepisset acetum, Iesus dixit:

Consummatum est! “. Et inclinato capite tradidit spiritum. (…).

de re coquinariaI Romani avevano una grande passione per l’aceto. Nel De Re Coquinaria, un testo del III o IV Sec. d.C.  attribuito al celebre gastronomo Marco Gavio Apicio (o almeno, un rimaneggiamento tardivo di un suo testo ormai scomparso), le pietanze sono cotte, intinte, spalmate, bollite, marinate, condite con l’aceto; il gusto romano prediligeva i sapori veramente forti, nei quali le salse a base acetosa trovavano una loro collocazione privilegiata: quando per arricchire pietanze semplici e molto rustiche, quando invece per esaltarne altre delicate, o anche spesso per mascherare degenerazioni del cibo, o per tenerle sotto controllo.

Acetabolo romano

Acetabolo romano

Non c’era tavola senza il suo bravo acetabulum, la coppetta colma di aceto in cui intingere le pietanze, così diffusa da divenire una unità di misura dei liquidi: quindici dracme attiche (da notare la derivazione, di nuovo, greca), ossia un quarto di emina, o a un ottavio di sestario. D’accordo: tra i sei e i sette centilitri.  Con tutto ciò, non si capisce per quale motivo i legionari di guardia ai condannati a morte dovessero tenere presso di sé vasi pieni di aceto, a meno che non fosse usanza fare scherzi malevoli ai poveri morituri. La verità è probabilmente molto più logica.

Un primo indizio sta nelle logiche della traduzione. La lingua in cui furono scritti i Vangeli canonici fu quasi certamente il greco, per favorirne una forte diffusione presso lettori di una certa cultura, o appartenenti all’area mediorientale; questa traduzione fu rimaneggiata più volte, e quello che è giunto a noi è una interpretazione di termini antichi fatta da uomini molto più moderni del testo. Nel testo in greco del Vangelo, alla parola aceto si legge: ὄξους. Forse, chi ha scritto il testo originale si riferiva ad un particolare aceto, cosa che il traduttore, più tardo, non ha saputo rilevare e ha usato il termine in suo possesso più vicino a quello che aveva sottomano.

bassorilievo romanoNella vita quotidiana dei lavoratori, dei viaggiatori, dei soldati greci era comune una bevanda oggi chiamata Oxycrat: un miscuglio di acqua, miele ed aceto in ben definite proporzioni che serviva a dissetare e rinfrescare, ad un prezzo basso e senza inebriare e togliere le forze come faceva invece il vino; ne parlava anche Ippocrate come di un rimedio contro piaghe, ferite e malattie respiratorie. I Romani, straordinari nell’assimilare le pratiche dei popoli conquistati che trovassero degne – in particolare quelle greche, tenute in grandissima considerazione – fecero loro questa usanza, o forse la svilupparono parallelamente, data la comune origine mediterranea e necessità molto simili; d’altronde, anche gli Etruschi avevano una usanza molto simile.

Busto ritraente l'Imperatore Adriano.

Busto ritraente l’Imperatore Adriano.

I Romani chiamavano questa bevanda posca. Era una bevanda universalmente diffusa presso il popolo lavoratore e in particolare era ubiquitaria nel vastissimo mondo militare romano; la bevevano gli schiavi come gli Imperatori, tanto che Adriano, nella sua grande opera di risanamento amministrativo e morale, era solito mangiare in pubblico limitandosi a carne di maiale salata, cacio e posca, per dare l’esempio di frugalità e virtù. La posca faceva parte della razione quotidiana di vitto dei legionari e li accompagnava durante le massacranti marce – circa trenta chilometri al giorno, con carichi dai 20 ai 30 chilogrammi! – assieme al chilo e più di pane, più acqua, sale, carne e olio. Probabilmente non aveva soltanto una funzione dissetante, ma anche antisettica, sia per sanare ferite e abrasioni, sia per purificare eventuale acqua trovata durante il cammino e combattere l’insorgenza di parassitosi; la stessa funzione che la birra svolgeva in altre parti del mondo, in cui l’acqua pura è una invenzione delle disinfezioni moderne. Ad esempio, nell’Inghilterra medioevale e soprattutto rinascimentale i bambini passavano dal latte materno ad una birra leggerissima, in cui la fermentazione alcolica aveva abbassato le eventuali altre cariche batteriche nocive. In ogni caso, ai lavoratori, e ai combattenti, salvo casi straordinari non era concesso, anche ammesso che se lo potessero permettere, il vino:  Posca fortem, vinum ebrium facit, la posca rende forti mentre il vino inebria, dicevano.

Nicola Pisano, Crocifissione, 1265-1268. Notare alla destra del Cristo il particolare del centurione con la spugna.

Nicola Pisano, Crocifissione, 1265-1268. Notare alla destra del Cristo il particolare del centurione con la spugna.

E arriviamo così sul Golgota, dopo una giornata certamente caldissima ed estremamente faticosa, con l’armatura indosso – elmo compreso, i condannati sulla croce e un intero paese sull’orlo della rivolta che potrebbe intervenire da un momento all’altro contro i soldati. Uno dei moribondi, pericoloso dissidente tra i tanti che spuntavano in Giudea, guarda il legionario e dice: ho sete. Il legionario si guarda attorno; poi si munisce di una lunga canna, fissa ad una estremità di questa una spugna e la imbeve nel vaso contenente le razioni di posca, che ormai, in epoca imperiale, veniva abitualmente chiamata semplicemente acetum (forse con un pizzico di deliziosa ironia), la porta alla bocca del condannato in un gesto di estrema pietà, concedendo ad esso parte delle proprie spettanze. Il condannato beve; poi, grida: tutto è compiuto! E secondo Giovanni, “rende lo Spirito”. Nel frattempo, chi osservava ha preso nota: gli hanno dato acetum, cioè, ὄξους ; il traduttore dal greco al latino scrive, acetum; a noi giunge l’idea dell’aceto, e per centinaia di anni imputiamo al povero legionario una crudeltà che egli, semplicemente, non ebbe.

Nota: non vorrei sembrare blasfemo, ma la storia di Gesù è piena di riferimenti alimentari per niente casuali e per niente privi di importanza. Torneremo altre volte magari su certe simbologie; stavolta mi fa anche un po’ sorridere il fatto che finora non ho fatto altro che parlare di aceto, mentre lo stesso nome Cristo viene dal greco ΧριστόςChristòs, e non è altro che la traduzione del termine ebraico מָשִׁיחַmašíaḥ (da cui Messia), cioè, unto. Unto di olio: perchè Re, sacerdoti e profeti venivano consacrati ungendoli con oli aromatici. Ovvero, olio d’oliva aromatizzato. E qui mi dà l’idea che siamo di fronte ad una seconda consacrazione: dopo quella dell’olio, dell’ulivo, quella dell’aceto, ovvero della vita. Ci manca solo il grano per legare il Cristo alla Vita tramite il cibo mediterraneo; ma, non c’era già stata appunto l’Ultima Cena?

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